Si è concluso anche l’inverno meteorologico 2019/2020 e quest’anno, a parte la fiammata di maltempo dicembrino, l’inverno si è sostanzialmente ridotto ad un lungo autunno mite e asciutto. L’immagine di copertina di quest’articolo (tratta da un post di mirabili memorie della pagina facebook di Storia del clima) è, come si legge anche se non troppo bene, del settimanale Europeo con data 24 Febbraio 1989. Oggi quel settimanale non è più stampato, ma ci restituisce un chiaro parallelo con la siccitosa situazione dell’anno corrente.
Inverni miti e asciutti non sono certo una novità. Nel più prossimo periodo possiamo rifarci al 2006/2007 e ciò fu determinato, in passato come quest’anno, da una straordinaria compattezza del Vortice Polare, che si traduce, come in altri articoli ricordato, in un valore elevato dell’Arctic Oscillation (AO).
La media trimestrale (DJF) dell’AO nell’inverno 2019/2020 si è attestata a +1,96, ossia il secondo valore più elevato (dal 1950, ovvero dal momento in cui l’AO può essere calcolato in modo attendibile) dopo il +2.57 proprio del 1988/1989. In terza posizione, col suo +1.72, si pone l’inverno 1992/1993.
Altri inverni si potrebbero aggiungere alla lista degli AO++ come il 1991/1992, ma focalizziamoci sul podio dell’AO positiva.
Quando il vortice polare rimane compatto, le digressioni delle masse d’aria fredda verso le medie latitudini mancano e ciò favorisce, nelle suddette aree, la persistenza di figure anticicloniche, apportatrici di condizioni improntate alla mitezza e alla stabilità del tempo. Il concetto di compattezza non va tradotto in termi d’assoluta impossibilità d’eventi freddi e perturbati, ma, nel contesto trimestrale, come la condizione di bassa probabilità che tali episodi si presentino. Quindi, anche nel momento in cui il maltempo prendesse il sopravvento in zone a bassa latitudine, ciò alla fine non sarà che una contenuta variazione del canone trimestrale.
Per chiarire al meglio quest’ultimo concetto, di seguito riporto l’andamento dell’AO nel corso degli inverni sul nostro ideale podio.

L’andamento altalenante dell’AO fornisce un quadro visivo molto esaustivo di quanto trattato appena sopra. Ciò che definisce le caratteristiche climatiche dell’inverno (ma in generale di ogni stagione), è (lo ripeto ancora una volta) tipicamente il canone tenuto dall’AO nell’intervallo temporale definente lo stesso.
La situazione di stabilità è ben tracciata anche dal quadro barico e termico, ed in particolare dalle anomalie misurate durante il trimestre invernale.
Iniziamo dal geopotenziale degli inverni sin qui trattati.

E’ immediatamente evidente come le zone dalla tonalità fredda (pressione più bassa del normale) siano prevaletemente confinate nelle regioni polari, mentre come le zone a tinte calde (pressione superiore al normale) tendano tipicamente a formare un anello attorno alle aree a tinte fredde. Sia nel 1988/1989 che nel 2019/2020 questa condizione è particolarmente evidente.
La distribuzione barica ha un effetto sulla situazione termica che di seguito può essere analizzata e sui cui porre l’attenzione.

L’inverno 2019/2020 ha mostrato la massima coerenza di distribuzione tra l’espressione barica e termica nel corso dell’intero trimestre. Davvero rilevanti risultano le anomalie termiche ad alte latitudini nell’inverno meteorologico appena terminato.
Negli altri anni trattati, seppur sempre in contesto di AO+++, si notano anomalie termiche negative anche a basse latitudini. Ciò è determinato proprio dal rinforzo delle principali figure anticicloniche caratteristiche del nostro emisfero e difatti la traccia delle anomalie termiche presidia il bordo di tali strutture. Chiudiamo questa nostra parentesi sull’anno 2019/2020, proponendo l’andamento del NAM (il NAM è chiamato AO a 1000 hPa) nel corso della stagione invernale. L’eccezzionale compatezze del vortice emerge in modo prepotente dall’alta troposfera all’alta stratosfera

L’anno 2019/2020 non è dunque una novità nel panorama climatologico del nostro passato e inverni analoghi potrebbero ripetersi anche negli anni a venire, come di fatto accadde all’inizio (e nel corso) degli anni ’90 del XX secolo, a cui seguì una parentesi d’inverni un pochino più inclementi.
La domanda che ricorre è: sarà questa la norma degli inverni futuri? Impossibile stabilirlo a priori.