Diapositiva n. 56

Il periodo vichingo fu caratterizzato da una forte asimmetria tra il settore Atlantico, il settore Asiatico (in particolare quello orientale) e probabilmente il Pacifico settentrionale. Mentre sul settore Atlantico il riscaldamento fu sensibile, in Asia e Giappone il clima virò all’insegna di un clima freddo e umido. Una prova fu la situazione del Mar Caspio; all’epoca il livello delle acque si attesto’ ad un livello di 8 metri più elevato dell’attuale e così rimase sino al quattordicesimo secolo. Importanti furono anche le segnalazioni storiche riguardanti la distruzione a causa del gelo delle piante di mandarino nella regione di Shangai nel corso del dodicesimo secolo, nonché la scomparsa delle piante di susine nel Nord della Cina. Sempre in Cina le cronache dell’epoca riportano il calo della latitudine di crescita del bambù. Interessantissimo anche il conclamato frequente ritardo della fioritura dei ciliegi nel giardino reale in Giappone, imposto dal clima primaverile piuttosto fresco tra il nono e il dodicesimo secolo.
Opposta la situazione nel settore Atlantico, ove l’escalation della temperatura fu particolarmente elevata ad alte latitudini. La media dell’aumento termico nel settore Atlantico la si valuta tra 1 e 1.5 gradi rispetto ai giorni nostri, ma alle alte latitudini questa stime si spingono ad almeno 4 gradi oltre la media degli anni ’90. Sintomo evidente di questo riscaldamento fu il livello del mare, più alto rispetto all’attuale di circa 50/100 cm. In Italia le prove glaciologiche mostrano come il clima divenne sulle Alpi più siccitoso e caldo e i ghiacciai si ritirarono probabilmente oltre gli attuali limiti. I diagrammi pollinici suggeriscono che le foreste ricoprirono aree in cui oggi sono assenti. Al contrario, nell’estremo Sud d’Italia, vi sono evidenze di una fase nettamente più umida dell’attuale. Il Ponte dell’Ammiraglio a Palermo fu costruito per attraversare il fiume Oreto nel 1100 (circa) e il suo disegno architetturale suggerisce una portata del corso d’acqua nettamente superiore all’attuale.
In Europa furono segnalati molti periodi siccitosi nonché invasioni di cavallette africane, che contribuirono all’innescarsi di alcune carestie medievali.
Si riscontrano citazioni di questi insetti sino in Ungheria (nel 1195) e in altri casi anche nei paesi del Nord.
Ciò fa supporre che i promontori anticiclonici fossero di matrice subtropicale continentale ad asse tipicamente inclinato tra le Azzorre e le regioni scandinave. Dalle prove a disposizione emerge un quadro interessante in termini di pattern atmosferico, interpretabile come una continua pulsazione del Vortice Polare verso l’area Asiatica e Nord Pacifica, che come contraltare portò stabilità e mitezza sul settore Atlantico dovuto proprio alle citate rimonte anticicloniche.
In buona sostanza chi poté godere più di altri della mitezza e della quiete climatica tra il 1000 e 1300 (il periodo probabilmente di picco di questa fase), furono proprio le popolazioni del grande Nord e la storia ci propone la vicenda delle esplorazioni vichinghe. Tra l’Europa centro-meridionale e il grande Nord vi fu però una leggera discrepanza nella tempistica del periodo mite. Nel grande Nord lo si può inquadrare tra la metà dell’anno mille e l’inizio del 1200, mentre nel resto d’Europa è riscontrabile tra il 1100 e il 1300.

Diapositiva n. 57

I Monaci irlandesi colonizzarono l’islanda già nel 790 e dalle loro cronache emerge che il ghiaccio, nel semestre caldo, fu presente già a solo un giorno di navigazione verso Nord e che i grossi fiordi nel nord-ovest dell’isola fossero costantemente ostruiti dal ghiaccio. Il primo insediamento vichingo in Islanda lo si può datare nell’anno 860 e da quell’epoca sino al 1190 nei documenti storici non si hanno che poche menzioni del ghiaccio nei pressi dell’isola. Successivamente il ghiaccio ritorna ad essere più presente nelle cronache a partire dall’inizio del 1200. Da circa l’anno 1000 e sino al 1200 nel grande Nord si ebbe la fase d’espansione degli insediamenti vichinghi e dai documenti si palesa una fitta rete di commerci tra la madre patria e le colonie. Ciò in virtù della stabilità climatica, poiché poche tempeste turbarono la navigazione.
Nell’anno 1000 venne scoperta L’America (da parte di Leif Erikson figlio di Erik il Rosso) e fu fondato un villaggio chiamato Vinland. La scoperta di tombe vichinghe risalenti all’undicesimo secolo a Anse Aux Meadows (Nord Terranova) diede la conferma definitiva della presenza di quel popolo in quell’epoca storica. L’ultima citazione storica rintracciata su Vinland risale al 1121.
La colonia più importante dei Vichinghi fu però la Groenlandia.
Il nome di quell’isola lo si deve a Erik il Rosso (Erik Thorvaldsson), un coraggioso condottiero ed esploratore, però rissoso spaccone e assassino.
Erik fu prima espulso dalla madre patria per l’assassinio del padre, poi esiliato anche dall’Islanda nel 980, ove trovò inizialmente riparo. Durante il suo esilio esplorò le coste della Groenlandia. Espiato l’esilio, rientrò nel 985 in Islanda promuovendo la colonizzazione della nuova terra ricca di pascoli e foreste; la chiamò Green Land.
In questa vicenda probabilmente vi fu un’ operazione medioevale di marketing, ma, complice anche la carestia all’epoca da poco trascorsa in Islanda, ebbe successo e la colonizzazione ebbe così inizio.
La Groenlandia divenne una grossa colonia Vichinga di oltre 3000 anime organizzate su centinaia di fattorie.
I commerci della colonia groenlandese divennero fiorenti nel corso dei primi due secoli del nuovo millennio e non solo per il pescato (il merluzzo innanzitutto) e l’allevamento, ma anche per le produzione di alcuni cereali. I diagrammi pollinici ci svelano che il Mais lo si tentò di coltivare sino alla latitudine 69 N.
I Vichinghi, grazie alla scarsità di Iceberg nella Baia di Baffin, spinsero i territori di caccia sino al Mar Glaciale Artico, ove sono stati rinvenuti reperti degli insediamenti temporanei utilizzati nelle campagne di caccia a foche e trichechi. L’importanza dell’insediamento groenlandese divenne talmente elevata per prosperità e presenze, che vi si insediarono due sedi vescovili.
L’epoca d’oro della colonia Groenlandese iniziò ad incrinarsi a partire dal 1200 e da quel periodo le cose iniziarono sempre più a decadere. E’ datata 1279 una lettera scritta da PaPa Niccolò III, nella quale si rammaricò della rarità di contatti con le sedi vescovili dell’isola a causa del crudele oceano.
Nel 1354 compaiono documenti in cui si ipotizza una missione di soccorso per i cristiani groenlandesi.
Nonostante questa operazione non fu mai realmente messa in campo e frutto di una mossa politica per cercare di ammorbidire la posizione della chiesa nei confronti del debito accumulato dal sovrano normanno Magnus II, mette comunque in luce quanto problematica fosse divenuta la situazione in Groenlandia. Delle colonie Groenlandesi non si parlò più già prima del 1500, epoca in cui probabilmente si chiuse definitivamente la colonizzazione normanna di quell’isola.

Il problema della definizione di Optimum Climatico Medievale e ancor prima di Optimum Climatico Romano, è determinato dal fatto che queste fasi non sono omogenee temporalmente e spazialmente come nel caso dell’Optimum Climatico Interglaciale. Per tale motivo la terminologia di Optimum è talvolta messa in discussione.
Effettivamente è meglio parlare di Periodo Romano e Periodo Vichingo per tracciare le caratteristiche climatiche dei due periodi storici.

Il deterioramento del clima tra il 1300 e il 1500 fu marcato nelle regioni che più godettero della fase climatica calda del periodo Vichingo. Ma anche in Africa centro-settentrionale si manifestò un cambiamento climatico verso un clima più umido, mentre in India il clima divenne più arido.
In Europa e nel Nord America si innescarono una serie di estati umide e fredde (specialmente verso la metà del 1300) e una catena di inverni particolarmente severi (soprattutto nella prima metà del 1400).
Il clima dunque virò verso il freddo, che toccò il culmine nel lungo periodo compreso tra (circa) il 1550 e il 1850, correntemente indicato come PEG Piccola Era Glaciale.
Dato l’aumento dei documenti disponibili per il periodo (specialmente in Europa), la scala temporale d’analisi si raffina e compie un nuovo balzo verso intervalli di tempo che possono spingersi alla decade per i trend generale e l’anno per gli eventi particolarmente severi.
Per quanto la PEG (o LIA nel mondo anglosassone) fu un fenomeno globale, le differenze temporali negli avvenimenti in differenti regioni, nonché l’entità delle manifestazioni climatiche, fa supporre che più di un unico evento mondiale si siano sviluppate una sequela di eventi locali. Possiamo sintetizzare quest’idea definendo coreograficamente la PEG come un mosaico di differenti eventi.
Inoltre il termine Piccola Era Glaciale, per quanto generalmente accolto dalla comunità scientifica, di fatto evoca gelidi e duraturi scenari che in realtà non si realizzarono.
Si trattò di un periodo in cui di certo vi fu un calo della temperatura e nel nostro emisfero si realizzarono, in sintesi, le condizioni riportate nella dispositiva che segue (diapositiva n. 58).

Diapositiva n. 58

Nel cinquantennio che anticipò la PEG il clima fu mite, ma si verificò un evento straordinario.
Dallo studio degli anelli d’accrescimento delle querce nel Nord della Germania e dalla sequenza delle vendemmie in Francia e Svizzera, si evidenzia in modo limpido la regolarissima sequenza chiamata dente di sega (diapositiva n. 58), la quale rappresenta l’alternanza biennale di estati fresche e estati calde. Il ciclo biennale difficilmente rappresenta un caso, ma, pur senza certezze poiché misure accurate di altri parametri meteo non vi sono, richiama un fenomeno che oggi sappiamo essere una componente importante del clima, che tuttavia qui non discuteremo.
Da diari meteorologici recuperati a Zurigo contemplanti il periodo 1546-1576, emerge come rapidamente si sia passati da un clima caldo ad uno più freddo e umido. Sino al 1563 i giorni nevosi e piovosi risultano il 44% dei casi, ma nel restante periodo divennero il 63%. Chiaro segno di un rapido deterioramento del clima.

Diapositiva n. 59

Come segnalato la caratteristica saliente della PEG in Europa furono le estati fresche e piovose, ma non mancarono inverni piuttosto severi. Già visivamente dallo schema riportato in diapositiva n. 59, si nota l’affollarsi di simili episodi.

Diapositiva n. 60

Fu quello il periodo delle fiere del ghiaccio sul Tamigi (diapositiva n. 60).
Pur non essendo l’unico periodo in cui il Tamigi gelò (ad esempio nel 1408 il ghiaccio durò per 14 settimane), Il primo resoconto della creazione della fiera del ghiaccio risale al 1608, quando tra l’ 8 e il 15 Dicembre fu allestita sul fiume una vera e propria cittadella con negozi e attrazioni. Nel resoconto di quell’anno compaiono anche riferimento a giochi con la palla; l’antenato del calcio (Bibliografia. Ian Currie, Frosts, Freezes and Fairs 1996)? La più celebrata fiera del ghiaccio fu quella del 1683/84, quando il Tamigi rimase completamente congelato per due mesi e il ghiaccio raggiunse lo spessore di 28 Cm. L’ultima grande fiera del ghiaccio la si tenne nel 1814.
Dalle notizie storiche si rileva come il Tamigi si sia congelato (perlomeno in parte) due volte nel quindicesimo secolo, 5 volte nel sedicesimo secolo, dieci volte nel diciassettesimo secolo, 6 volte nel diciottesimo secolo e una volta nel diciannovesimo secolo. L’ultima gelata del fiume risale all’inverno 1962/1963. E’ necessario sottolineare che, dopo il rifacimento del London Bridge (1833) e successivi interventi sulle arginature del fiume, il flusso dell’acqua nel Tamigi divenne un po’ più rapido, sfavorendo così il possibile congelamento.

Diapositiva n. 61

L’andamento della PEG sul settore Alpino è ben evidenziata dagli studi glaciologici, i quali mettono in risalto come si sia passati da fasi di rapido avanzamento a fasi di stasi o leggero regresso.
Nella diapositiva n. 61 è anche riportato lo schema delle estati particolarmente piovose del diciottesimo e diciannovesimo secolo.
Il profilo del ritiro e della progressione dei ghiacciai alpini del Monte Bianco, sintetizza magistralmente la situazione. Dai dati s’evidenzia l’avvio della PEG nonché la sua conclusione. In particolare è nitida la fase conclusiva della PEG poco dopo il 1850, poiché vi fu il contemporaneo e significativo inizio della regressione dei complessi glaciali.
La fase iniziale della PEG (tra il 1590 e il 1600) fu segnata da una sequenza di anni particolarmente sfavorevoli, di cui nella storia rimane traccia sotto forma di carestie e fame.
Periodo quest’ultimo in cui nelle vallate alpine vi furono rapidi avanzamenti delle lingue glaciali verso fondovalle. Un’altro periodo di pessimum climatico lo si ebbe tra il 1690 e il 1700, quando la temperatura media scese in tutte le stagioni e si verificarono i due terribili inverni del 1693/1694 e 1694/1695.
Una nuovo periodo di pessimum la si ebbe in particolare tra il 1750 e il 1760, proprio nel momento in cui nel grande Nord si raggiunse la massima espansione glaciale. Analoga situazione si realizzò con un po’ di ritardo alle latitudini alpine.
L’ultimo frammento della PEG fu probabilmente influenzato da alcune importanti eruzioni vulcaniche. Importantissima fu l’eruzioni del Laki (8 giugno 1783 – Islanda, durata 8 mesi).
Seguì l’eruzione del 1812 sull’Isola di S. Vincenzo e Awu a Celebes nelle Antille, ma l’eruzione più importante avvenne nel 1816; l’indonesiano vulcano Tambora eitettò 150 km3 di materiale in atmosfera (eruzione di tipo VEI7). Le conseguenze di quest’ultimo episodio furono talmente rilevanti a livello climatico, da far etichettare dai climatologi quell’anno come l’anno senza estate.
Ora un aneddoto storico a proposito della rivoluzione Francese, che meglio di altri casi chiarisce la necessaria prudenza nella valutazione dell’influsso del clima sulle vicende storiche.
La Rivoluzione Francese esplose per una serie di fattori, in cui il clima fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso.
A quell’epoca, come appena scritto, si visse la fase terminale della PEG (piccola era glaciale), quindi un periodo già di fondo ricco di difficoltà nelle produzioni agricole (a cui si sommarono le difficoltà economiche dello stato francese, causato dal pesante impegno rivolto al sostegno delle ribelli colonie inglesi in America) .
Nel 1783 esplose, come già scritto, in Islanda il vulcano Laki (complesso del Grimsvotn).
Un’eruzione potentissima, che vomitò in atmosfera 14 Km cubi di materiale in 8 mesi d’eruzione. Quell’anno vi fu la sand summer in Inghilterra, morì il 25% della popolazione islandese e nel sud della Francia le cronache riportarono come il Sole, a causa della nube sulfurea iniettata in stratosfera, non fosse mai visibile se non almeno 17 gradi sull’orizzonte.
Quell’evento introdusse un pessimum climatico che aggravò in modo significativo le condizioni in campo agricolo e favorì nuove carestie.
Dieci anni dopo l’esplosione del Laki, Luigi sedicesimo fu ghigliottinato.
Come già scritto, non si trattò di una causa/effetto, ma nel contesto già compromesso dell’epoca, ecco che la natura calò il suo asso e contribuì in modo attivo a squassare ciò che già era in bilico.

Diapositiva n. 62

Fu all’inizio della fine della PEG il momento in cui, sul comparto alpino, venne raggiunta la massima espansione glaciale.
Cosa può aver generato, nell’arco di meno di un millennio, una variazione dall’optimum climatico medievale alla Peg ? Il meccanismo astronomico che da origine alle glaciazioni, come analizzato in precedenti capitoli, ha delle ciclicità differenti. Ancora una volta tuttavia ci si rivolge all’astronomia ed in particolare ai cicli d’attività che il Sole ha ed ebbe nel corso del tempo.

APPENDICE

L’articolo sotto riportato è tratto dalla pagina facebook Storia del clima, redatta da Fausto Pagnini. Leggerlo è utilissimo per intuire ancor meglio lo schema barico instauratosi in epoca vichinga e non solo.
Da ciò che segue, si evidenzia come le nevicate più importanti nell’area del mediorientale si siano realizzate a causa della persistenza di robuste figure anticicloniche posizionate più ad occidente.
Ciò è un canone della circolazione atmosferica, ma le vicende accadute permettono di focalizzare molto meglio le variazioni del clima al trascorrere del tempo.

STORIA DELLA NEVE A BAGHDAD .

La nevicata caduta la scorsa notte (10 Febbraio 2020) a Baghdad, capitale dell’ Iraq, è la più importante degli ultimi 111 anni, se nel centro cittadino l’ accumulo è stato leggermente inferiore, nelle campagne circostanti e all’ aeroporto la neve ha raggiunto quattro centimetri.
Le nevicate a Baghdad sono molto rare, ma non impossibili, e nel passato la neve cadeva più spesso e più abbondante.
Le informazioni sulle nevicate nella capitale dell’ Iraq coprono un periodo di quasi 1200 anni, grazie sopratutto alle ricerche del professor Fernando Dominguez Castro dell’ Università dell’ Estremadura, in Spagna, che grazie al suo lavoro su antichi manoscritti medioevali ha trovato notizie su nevicate molto lontane, anche risalenti a prima dell’ anno 1000.
La prima notizia meteorologica ci riporta al lontanissimo 2 Aprile 847 quando Baghdad fu colpita da un ondata di freddo tardiva di notevole intensità, ma sembra che non si siano verificate nevicate.
La prima nevicata della quale si ha notizia risale al 24 Gennaio 903 quando la neve incominciò a cadere la mattina continuando tutto il giorno fino al tardo pomeriggio, fu una nevicata importante, la neve sarebbe caduta anche un anno dopo nel Gennaio del 904.
Ma la più grande nevicata del X° secolo sembra quella del 23 Dicembre 908 quando la neve cadde in grandissima quantità.
Altre nevicate segnalate in quel secolo sono quella del Gennaio 920, del Gennaio 926 quando la neve fu seguita da un forte gelo che uccise le palme da dattero, gli agrumi e i fichi, e fece congelare il fiume Tigri, del 7 Dicembre 926, e dei 21 Marzo 944.
Con l’ arrivo del secolo XI° arriva per Baghdad quella che forse è la più grande nevicata della sua storia, o comunque una delle maggiori.
La data è quella del 25 Novembre 1007, l’ inverno non è ancora iniziato, ma Baghdad viene letteralmente sommersa dalla neve, una nevicata abbondantissima di oltre 30 centimetri, la neve rimase al suolo quasi fino al 15 Dicembre, fu un fenomeno impensabile ai nostri giorni, probabilmente in quell’ occasione tutto l’ attuale Iraq fu coperto dalla neve, che si spinse tanto a sud da raggiungere il Golfo Persico, secondo il climatologo Maximiliano Herrera la neve cadde anche nella città meridionale di Bassora, accumulando un centimetro al suolo.
Un altra nevicata si verificò nell’ inverno del 1064 e fu accompagnata da una notevole ondata di freddo, tanto che il fiume Tigri fu coperto da uno strato di ghiaccio.
Altra nevicata nell’ anno 1268, poi le notizie si diradano, e con un salto di oltre 500 anni arriviamo al 1779 quando nevica addirittura in Aprile.
L’ inverno 1778/1779 fu un inverno particolare per l’ Europa, fu in gran parte dominato dalle alte pressioni, dopo le ultime piogge a metà Dicembre , l’ alta pressione avanzò sull ‘ Europa e sul Mediterraneo centroccidentale dominando per mesi, salvo brevi pause, nei giorni subito dopo Natale la pressione raggiunse valori vicini a 1050 hPa sull’ Inghilterra, oltre 1035 hpa sul nord Italia e fino a 1032 hPa a Pisa.
Non piovve quasi mai, Febbraio fu asciuttissimo, ma sul bordo orientale di questa alta pressione furono frequenti le discese molto fredde che dalla Russia, allora molto più fredda, raggiunsero la Turchia, la Siria e l’ attuale Iraq portando ondate di freddo e neve, la nevicata più importante si verificò in primavera, nei primi giorni di Aprile, e fu una nevicata notevole, sia in quantità, sia perchè molto tardiva, sia perchè probabilmente in questa occasione tutto l’ Iraq fu coperto di neve fino a Bassora, nell’ estremo sud vicino al Golfo Persico.
Altre nevicate si verificarono ne XIX° secolo, in particolare nel Gennaio 1834, e nel mese di Dicembre del 1860.
Un altra nevicata importante si verificò nel Gennaio 1909, da quella data fino a oggi 11 Febbraio 2020 si verificarono brevi nevicate di poco conto con debolissimo o quasi nullo accumulo al suolo, o semplici sfiocchettate come nel Gennaio 1942, o in quello del 1947, segnalate da stazioni meteorologiche miltari tedesche e inglesi, altri fiocchi di neve furono segnalati nel Gennaio 1964.
Durante questa ondata di freddo del Gennaio 1964 la temperatura scesa a Baghdad a – 8,5° il giorno 20, sempre il 20 furono misurati – 10,1° nella città di Rutbah, e quasi -5° a Bassora, nel sud del paese , il giorno 22 Gennaio .
L’ ultima segnalazione risale al Gennaio 2008 quando caddero fiocchi misti a nevischio senza nessun accumulo particolare al suolo.
La nevicata di oggi 11 Febbraio 2020 , come scritto all’ inizio, è la più importante da 111 anni, ed è l’ unica nevicata dal 1909 che ha registrato un apprezzabile accumulo nevoso al suolo.
Gran parte delle informazioni provengono dal sito del climatologo Maximiliano Herrera sulle nevicate nel mondo.