Diapositiva n. 47


In diapositiva n. 47 vengono riportati i nomi attribuiti alle ultime cinque glaciazioni.
La pratica d’assegnare un nome ad una fase o evento, ad esempio il caso del Dryas recente, deriva da elementi che hanno permesso la definizione dell’episodio esaminato.
Nel caso delle glaciazioni i nomi derivano da fiumi della Germania, nelle cui vallate sono state identificati i marcatori paleo-geologici e paleo-biologici associabili alle diverse fasi glaciali. I nomi attribuiti alle glaciazioni non sono però univoci. La nomenclatura qui utilizzata deriva dal cosiddetto sistema alpino (area più studiata e di cui si hanno gli elementi più importanti relativi agli eventi in questione), ma, ad esempio, la glaciazione di Wurm negli Stati Uniti prende il nome di wisconsin.
Dal grafico relativo alle digressioni del livello oceanico (diapositiva n. 47), si evidenzia come, anche dal punto di vista dei sedimenti marini, le fasi glaciali vengano messe in marcata evidenza.
La Glaciazione di Wurm la si riassume in tre macro-fasi, il Wurm Antico, il Wurm medio e il Wurm recente ( o tardo wurm). Il Wurm antico è separato dalle altre due fasi da un lungo periodo interstadiale (una fase di regresso glaciale e parziale riscaldamento) e il picco freddo della fase glaciale lo si raggiunse circa 20000 anni fa (specificatamente nell’intervallo di tempo compreso tra 19000 e 25000 anni fa) nel tardo wurm. Nell’immagine in basso a sinistra nella diapositiva n. 47, è possibile analizzare la ricostruzione della temperatura media di Luglio sull’Europa centrale durante l’intero periodo di Wurm

Diapositiva n. 48

Come ho già sostanzialmente chiarito in precedenti capitoli di questo lungo articolo, anche grazie agli ice core si evidenzia con buon dettaglio l’andamento della fase glaciale sia in Antartide che in Groenlandia (diapositiva n. 48). Circa 20000 anni fa la situazione delle calotte glaciali dell’emisfero Nord era quella riportata in diapositiva n. 48. La componente continentale del ghiaccio si distinse nel complesso glaciale presente nella parte settentrionale degli stati uniti e nel complesso glaciale sull’Europa settentrionale, con una propaggine di quest’ultima che incorporò anche parte dell’Asia settentrionale. Marginale la calotta glaciale che interessò l’area della Siberia centrale. Sul continente americano la calotta glaciale si organizzò in due distinti elementi; il più imponente fu la Laurentide (con uno spessore oltre i 3000 metri), mentre meno importante fu il complesso della Cordigliera. La distinzione tra le due zone probabilmente fu determinata dai pattern atmosferici instauratisi a causa della presenza del ghiaccio.
In Europa vi fu il complesso glaciale groenlandese (presente anche oggi) e il complesso glaciale scandinavo. Questi apparati glaciali furono davvero imponenti e la calotta scandinava raggiuse probabilmente i 3000 metri di spessore. Via via meno importante il complesso asiatico, sino a ridursi a poca cosa nell’area siberiana. Il motivo della scarsa presenza di ghiaccio in quell’area (nota per la sua continentalità) lo si attribuisce alla scarsa umidità che raggiunse quei siti, da cui la scarsità di precipitazioni. Il ghiaccio marino, durante la fase invernale, persistette sino a latitudini di 50°N in Atlantico.

Diapositiva n. 49

Quest’ultimo aspetto è riverberato nella variazione del percorso della corrente marina del Golfo nel corso del tempo. Circa 20000 anni fa raggiunse la posizione più meridionale della sua traiettoria (Diapositiva n.49). L’avanzata del ghiaccio spostò quindi la fascia temperata verso SUD, ossia il pattern atmosferico che si instaurò, costrinse il più mite flusso atlantico a scorrere a basse latitudini e quindi le precipitazioni interessarono aree oggi aride. Nel Deserto del Sahara all’epoca la vegetazione divenne rigogliosa e un gran numero di animali poté prosperare in quell’settore geografico.
Incisioni rupestri rinvenute in Francia (grotta di Chauvet risalente a 32000 anni fa e Grotte di Lascaux risalente a 17-15000 anni fa) e in periodo anche successivi nell’area Sahariana, riportano scene di caccia con branchi di animali e in alcuni casi compaiono anche imbarcazioni. Segno evidente di un ambiente ben differente dall’attuale.
Un residuo di quell’epoca sono le oasi del deserto. L’acqua delle Oasi è fossile e la sua datazione risale proprio all’epoca glaciale.
Nella diapositiva n. 49 (immagine a destra) è posta in evidenza la variazione di temperatura rispetto alla media dell’epoca corrente, organizzata per periodo dell’anno e latitudine. La massima variazione la si ebbe alle latitudini medio-alte e ciò è compatibile con la variazione d’importanza della criosfera.

Diapositiva n. 50

Ora focalizziamo l’attenzione sull’area Mediterranea (18000 anni fa) aiutandoci con la diapositiva n.50.
Si evidenzia innanzitutto l’emersione di territori oggi sommersi (questo, come detto, a causa della segregazione dell’acqua sui continenti), ed anche la vastità del complesso glaciale alpino (are verde) rispetto alla copertura glaciale presente negli anni ’90 (aree nere). Davvero interessante anche la ricostruzione delle termiche medie annuali della superficie marina.

Diapositiva n. 51

Infine un aneddoto (diapositiva n. 51) sull’emergere della presa di coscienza della realtà delle epoche glaciali. L’ho messo per rimarcare quanto sia importante l’osservazione attenta e critica della natura, nel tentativo di comprendere il complesso mondo in cui viviamo. Si tratta di un esempio, ma anche in altri casi, per altri ambiti, ciò si è ripetuto nella storia.
Circa 15000 anni fa iniziò il processo di riscaldamento del pianeta, che portò alla fine della glaciazione di Wurm

Diapositiva n. 52

L’aumento del livello del mare (diapositiva n. 52), determinato dalla fusione del ghiaccio continentale, è indiscutibilmente uno dei traccianti migliori della transizione avvenuta a quell’epoca, al pari delle misure isotopiche rinvenute nei core glaciali (nella diapositiva n 52 sono mostrati anche i dati provenienti da un’analisi fine dei core glaciali groenlandesi).
Dalla traccia inerente la risalita del livello del mare, si intuisce che il processo non fu lineare e raggiunse il suo culmine verso il 3000 a.c, momento in cui il livello oceanico fu di 3-4 metri superiore all’attuale. Seppur in quel periodo predominò la tendenza al riscaldamento, in realtà gli episodi caldi furono intervallati anche dal ritorno a condizioni più fresche (e sul finire del periodo sub-boreale anche con una recrudescenza fredda).

Diapositiva n. 53

Le varie fasi climatiche possono essere riassunte come riportato in diapositiva n. 53. Al momento ci soffermeremo all’intervallo di tempo tra il pre-boreale ed il sub-boreale. Il sub-atlantico è dettagliato nello schema in alto a destra in diapositiva n. 53 e lo tratteremo in seguito. Interessante è anche notare come, sempre dai core glaciali, si evidenzi la differente modalità d’uscita dalla glaciazione di Wurm tra la Groenlandia e l’Antartico (probabile intervento della già discussa AMOC).
Le tracce della regressione glaciale sono a carattere mondiale, ma nell’emisfero Boreale risultano più chiare e dettagliate. In questo processo vi sono due tappe molto importanti. La prima la si ebbe circa nell’8000 a.c. con l’inizio della rapida fusione della calotta glaciale scandinava (terminata verso il 6000 a.c.), mentre la seconda circa nel 6000 a.c. con l’ingresso dell’oceano nella baia di Hudson e la conseguente rapida fusione del complesso glaciale Nord Americano (Laurentide) terminato verso il 3000 a.c.
Da tutti i marcatori paleo-biologici e dai sedimenti, l’intervallo temporale più caldo lo si può inquadrare tra il 5000 e il 3000 a.c., periodo definito Optimum Climatico Postglaciale, nel quale la temperatura media fu più alta (nell’emisfero Nord) della media del XX secolo di 2 o 3 gradi. Dai dati relativi anche alle barriere coralline, si può dedurre che il riscaldamento si sia manifestato con maggior intensità alle alte latitudini e minor intensità a latitudini tropicali. Anche nell’emisfero Sud vi sono in parte indizi relativi al riscaldamento di questo periodo, seppur più sfumati e non sempre sincroni temporalmente (come ad esempio in Nuova Zelanda ove pare esser anticipato di un paio di millenni).
Seppur con alcune incertezze, l’Optimum Climatico Postglaciale è considerato un valido paradigma per la descrizione globale del riscaldamento avvenuto in quell’epoca.
Contemplando le prove più certe, si scopre che di quel periodo sono stati rinvenuti in Danimarca i resti della tartaruga mediterranea, poi scomparsa attorno all’anno 1000 a.c.
La pianta del Nocciolo raggiunse all’epoca la latitudine di 66° Nord (oggi si spinge al massimo a qualche grado più a Sud) Il Mytilus Edulis (Cozza Atlantica) nel 5000 a.c. si spinse sino alla latitudine di 73° N, mentre oggi si ferma a 66° N. In generale in Scandinavia e in Siberia vi fu una progressione significativa verso Nord dei boschi di betulle, che soppiantarono le foreste di pini. Anche in Africa, come già accennato in precedenza, la situazione fu ben differente dall’attuale.
Sino al 5000 a.c. la zona del Nord-Africa fu caratterizzata da foreste sui monti della catena dell’Atlante e dalla savana nell’area Sahariana, nonché dalla presenza di un’ampia varietà di animali tra cui ippopotami, elefanti, giraffe, rinoceronti ed antilopi. Elementi che si riscontrano anche nei documenti delle prime dinastie Egiziane, susseguentemente non più riportate. Pare che gli elefanti e i grandi mammiferi scomparvero dall’Egitto verso 2600 a.c. a causa del progressivo inaridimento del clima a partire dal 3000 a.c, che portò anche alla scomparsa delle foreste dell’Atlante.
Altra importante testimonianza di quel periodo la si ha dal lago Ciad: nel 3000 a,c il suo livello del lago fu probabilmente più alto dell’attuale di circa 30-40 metri.
Dal 3000 a.c al 900 a.c. si ebbero fasi alterne. Prima, come accennato, si verificò un sensibile raffreddamento, seguito da una lunga fase mite culminata nel 1500 a.c. Seguì un nuovo periodo caldo tra il 1200 e il 900 a.c. Si passa dunque al periodo Sub-Atlantico (l’immagine in basso a destra nella diapositiva n. 53 è relativa alle precipitazioni annuali e del monsone estivo nel nord-ovest dell’India).
Dai periodi successivi giungono in supporto alla narrazione degli eventi anche le fonti storiche.
Non sempre queste sono così puntuali e funzionali alla comprensione degli avvenimenti, poiché si intrecciano con le dinamiche politiche e sociali ma, man mano ci si avvicina ai nostri tempi, la varietà di fonti diviene via via più ricca e quindi anche la possibilità di intrecciarle per ottenere un quadro più oggettivo degli avvenimenti (specialmente per l’area del Nord Atlantico e parte dell’Asia). Ciò, come vedremo, permetterà di riconoscere ed analizzare anche episodi in cui il clima è cambiato, ma su scale di tempo ben più brevi di quelle sin qui affrontate e con escursioni meno vistose. Ciò è indice di una sub-variabilità difficile da leggere su scale temporali troppo ampie. Grossomodo si passa da una scala ultra-millenaria ad una scala ultra-secolare.
Affrontiamo dunque gli ultimi passaggi della storia, iniziando da ciò che solitamente viene indicato come il periodo romano, in cui però i documenti storici ancora giocano un ruolo tutto sommato marginale.

Diapositiva n. 54

Il periodo in questione si estende per circa un millennio tra il 900 a.c. e il 900 d.c.
Tra il 1000 e il 900 a.c. si verificò una fase fredda, che si protrasse sin verso l’anno zero (con un intervallo mite probabilmente tra il 300 e il 100 a.c).
Le prove glaciologiche, biologiche e geologiche non mancano e difatti emerge come all’epoca vi fu una forte progressione dei complessi glaciali alpini, con conseguente calo di quota delle foreste.
In Europa centrale si formarono foreste palustri e scomparvero piante come il nocciolo e la quercia, insediatesi in precedenza.
Tracce storiche suggeriscono che le popolazioni scandinave iniziarono a migrare verso Sud, a causa delle aumentate difficoltà di coltivazione e pesca nelle regioni più settentrionali.
Un’altra importante evidenza di quel periodo freddo consiste nella presenza, in diverse zone del mediterraneo, di costruzioni portuali oggi sommerse da almeno un metro d’acqua. Chiaro indice dell’abbassamento (all’epoca) del livello marino di un’entità perlomeno paragonabile.
L’abbassarsi della fascia climatica mite verso l’equatore, permise una importante riforestazione dell’area mediterranea e al Nord-Africa di godere di un clima più umido e più mite.
Alcuni aneddoti storici ci permettono di meglio focalizzare le caratteristiche del periodo, come ad esempio la possibilità di inverni davvero duri anche a basse latitudini.
Nell’inverno 399-400 a.c a Roma caddero circa 2 m di neve (sette piedi), il Tevere gelò e la neve rimase a al suolo per lungo tempo. Anche nel 275 a.c- le cronache dell’epoca riportano un inverno con forte gelo (ancora una volta il Tevere gelò completamente) e una lunga persistenza (oltre un mese) della neve al suolo. Un altro interessante documento storico risale al 310-300 a.c., quando nel semestre caldo Pytheas esplorò la zona a Nord della Scozia, riportando la scoperta di un’isola dopo sei giorni di navigazione (che indicò col nome di Thule – Islanda ?). Nella sua narrazione Pytheas scrisse di una strana sostanza che definì “terra sospesa in aria “ (probabilmente pomice vulcanica). Un giorno di navigazione più a Nord di Thule, Pytheas incontrò il ghiaccio e quindi si fermò. Infine è noto che sin verso il 250 d.c. l’Africa settentrionale rappresentò un’importante regione agricola per Roma(anche definito da Catone – 234 a.c/149 a.c. – il granaio di Roma).

Diapositiva n. 55

Indicativamente dall’anno zero il clima iniziò una fase di riscaldamento.
La traccia di ciò periodo la si rileva in modo differente in varie parti del mondo, ma non mancano differenze e sfasamenti temporali. Forse l’elemento che maggiormente caratterizzò l’andamento generale di questo periodo (seppur con alcuni sfasamenti temporali come in centro America – diapositiva n. 55), fu l’aridità.
Nel corso del primo secolo Columella (agronomo romano) scrisse nel De Re Rustica : “molti studiosi degni di fede hanno espresso l’opinione che il tempo e il clima sono mutati”. Saserna all’inizio del primo secolo fece notare che olivi e vigneti occupavano regioni in precedenza a loro ostili.
I documenti dei mercanti provenienti dall’oriente, non lasciano dubbi sul fatto che il Mar Caspio, tra il 300 e il 600 d.c, raggiunse il livello più basso degli ultimi due millenni.
Nel settore Atlantico al periodo caldo che si spinse sino al 400 d.c,. seguì un periodo freddo a partire dal 400/500 d.c e raggiunse il suo apice verso l’800 a.c., per poi virare nuovamente verso il caldo sino a dar corpo al cosiddetto Optimum Climatico Medievale.
In Cina e Giappone le cose pare andarono diversamente. Il riscaldamento si manifestò nel momento in cui sull’area atlantica prese il sopravvento il freddo a seguito del periodo caldo.
Alle basse latitudini il raffreddamento tra il 400 e l’800 d.c. non pare manifestarsi.
Vediamo ora cosa accadde nel  Periodo Vichingo e cerchiamo di capire il significato più compiuto della definizione Optimum Climatico Medievale.