Con questo articolo iniziamo un percorso che, alla fine, spero restituirà al lettore un contesto in cui meglio interpretare cos’è il clima e faciliti la comprensione delle variazioni climatiche avvenute nel corso dei passati secoli e millenni.
Viviamo in un’epoca in cui viene detto molto riguardo a questo argomento e non sempre lo si tratta con gli adeguati elementi critici.
Spero che questo lavoro possa essere, per quanto sintetico, un’interessante guida.

Noi tutti viviamo immersi in un fluido che chiamiamo atmosfera e per questo siamo coinvolti nelle vicende che questa struttura ci presenta. Di norma la fenomenologia che ci investe ha caratteristiche che non comportano limiti alle nostre attività, ma in alcune occasioni i fenomeni possono divenire intensi o violenti e in queste occorrenze possono sorgere problemi.
La stagione che più frequentemente è in grado di interferire con le attività umane, è di certo l’inverno. In quella fase stagionale si può avere la tutt’oggi potente combinazione di neve abbondante e gelo e ciò può persino fermare megalopoli come New York.
Ciò non fa che sottolineare la nostra sostanziale impotenza contro le manifestazioni intense o violente dell’atmosfera ed è per questo importante considerare il clima come un compagno di viaggio da non trascurare o, peggio, snobbare. Conoscerne le mosse, le dinamiche e le potenzialità, è più che mai importante per trasformarlo da temibile nemico a prezioso alleato.

Diapositiva n.1

Dalla storia emergono diverse vicende in cui il clima assunse un ruolo importante, ma solo in alcune di queste divenne veramente determinante. E’ quest’ultimo un connotato che non infrequentemente viene un po’ abusato, ossia il clima interpretato troppo spesso come elemento chiave nel plasmare le vicende del passato. Per cercare di chiarire meglio questo aspetto, iniziamo il nostro percorso d’analisi critica con tre esempi in cui il clima, a vari gradi, intervenne per lasciare il proprio segno nella storia. In due di questi (famosissimi) esempi, cercherò di mettere in luce la reale portata dell’intervento climatico nella vicenda.

Il primo esempio riguarda la campagna di Russia di Napoleone.
Napoleone vinse tutti i pochi scontri diretti coi russi, in particolare la battaglia di Borodino (tanto importante e rimasta impressa nella memoria dei russi, da chiamare Borodino il progetto dell’atomica russa dopo la Seconda guerra mondiale) per l’ingresso a Mosca e la battaglia sul fiume Beresina in ritirata. Nonostante ciò perse la guerra e quasi tutto il suo immenso esercito.
Troppo spesso si attribuisce questa vittoria al “generale inverno”, concetto mutuato proprio dal “prode dei prodi” Michel Ney dell’esercito napoleonico (si veda la diapositiva 1). Tuttavia, la visione di Ney fu viziata dall’inaspettata mossa dei russi, consci di non aver la forza d’affrontare in modo tradizionale l’armata napoleonica, nel momento in cui i francesi iniziarono l’invasione.
I russi applicarono la strategia della “terra bruciata”, le azioni di guerriglia e contarono anche sul supporto di una loro conoscenza; la barbara forza dell’inverno in quelle zone. Così Napoleone conquistò Mosca, ma fu la classica vittoria di Pirro. Ben presto si rese conto che, poiché i russi decisero di sacrificare la città togliendo ai francesi qualsiasi forma di supporto in termini di vettovagliamento e altro supporto logistico, se non avesse rapidamente suonato la ritirata, l’inverno avrebbe di certo sterminato le sue truppe. Lasciò Mosca, ma lo fece troppo tardi. L’inverno arrivò e la combinazione tra la guerriglia russa, il gelo e la fame fecero a pezzi l’esercito francese. Sulla Beresina i russi credettero di poter bloccare le truppe francesi e li finirle, ma non fu così. Pagando un prezzo enorme in termini di ciò che rimase del suo esercito, Napoleone riuscì a passare il fiume e rientrare in patria. Si capisce come nelle parole di Ney manchi l’elemento fondamentale della sconfitta, ossia la visione strategica sbagliata dei francesi.

Il secondo esempio riguarda il tentativo d’invasione del Giappone da parte del mongolo Kubilai Kan sul finire del 1200. I mongoli si presentarono con un esercito numericamente nettamente superiore ai giapponesi, ma dopo esser sbarcati sul suolo giapponese, la superiorità mongola venne inizialmente compensata dall’abilità nel corpo a corpo dei Samurai. Dopo un periodo di battaglie infruttuose, Kubilai Kan decise di mettere in mare il grosso del suo esercito per dare la spallata finale al Giappone. La località prevista per lo sbarco fu Shiga.
Il 12 Agosto 1282, poco prima che i mongoli iniziassero lo sbarco, sulle navi in mare piombò un tifone, che affondò tutta la flotta. Fu la fine della velleità mongola sul Giappone e i giapponesi, così graziati dal cielo, interpretarono quell’evento come l’aiuto divino nel proteggere la nazione. Nacque così la parola Kamikaze (vento divino), che oggi mal interpretiamo come suicidio nel tentativo di eliminare il nemico.
In realtà l’associazione al suicidio con scopo di uccidere venne fatta parecchi secoli dopo sempre dai giapponesi e precisamente nella riunione di guerra del 19 ottobre 1944 a Mabalacat (Filippine) dal viceammiraglio giapponese Oonishi Takijirou.
All’epoca la flotta nipponica si trovò in condizioni difficili nel Pacifico e come ultimo disperato atto di difesa contro il dilagante strapotere americano, fu creata la formazione “Gruppo speciale d’assalto vento divino”. Il legame con l’evento del 1282 passò attraverso la metafora secondo cui gli aeroplani, portati dal vento, schiantandosi contro le navi del nemico americano, le avrebbero spazzate via proprio come accadde coi mongoli.

Il terzo esempio riguarda alcuni episodi, tra loro intrecciati, davvero importanti della Seconda guerra mondiale. Il primo episodio è relativo alla rocambolesca ritirata inglese dalla spiaggia di Dunkerque. La ritirata fu determinata dall’applicazione sul campo della teoria tedesca sull’utilizzo delle truppe corazzate chiamata Blitzkrieg (la guerra lampo), che letteralmente travolse l’esercito francese ancora orientato alla guerra di posizione e non alla guerra di movimento imposta dalla Blitzkrieg. Neppure molti ufficiali della Wermacht inizialmente credettero in quella strategia di guerra, ma fu comunque avallata, anche da Hitler, poiché i tedeschi furono ben consci dell’impossibilità di affrontare in modo canonico il ben più potente esercito francese.
Il padre della Blitzkrieg fu il generale Heinz Guderian, il quale, come detto, travolse l’esercito francese e si fermò a 30 Km dalla spiaggia di Dunkerque su diretto ordine di Hitler. Su quella spiaggia si trovarono ammassati circa 350000 uomini tra inglesi e francesi e il perché Hitler ordinò lo stop a Guderian è a tutt’oggi non chiarito.
Di certo Guderian non fu, all’epoca dell’invasione della Francia, tra i generali più graditi alle SS e in quel periodo la filiera di comando si presentò ancora tutto sommato separata tra l’esercito e la componente politica. È possibile che l’azione travolgente di Guderian fosse politicamente troppo sconveniente per le SS e quindi il potere politico volle intervenire in quest’ultima fase per ritagliarsi un po’ di gloria. L’annientamento della ritirata inglese fu affidato alla Luftwaffe (che comunque diede copertura aerea alla manovra di Guderian), il cui comandante in capo fu Hermann Goering, il noto gerarca nazista molto vicino a Hitler.
Gli inglesi misero in campo tutto il peso della loro macchina organizzativa per soccorrere i soldati sulla spiaggia di Dunkerque, ma anche il cielo ci mise lo zampino poiché si affollò di nubi. Gli aerei tedeschi divennero d’improvviso ciechi nel bombardare le navi coi fuggiaschi ed inoltre dovettero fronteggiare il nuovo velivolo da guerra inglese, il Supermarine Spitfire, percependo per la prima volta la mancata superiorità nel controllo del cielo. La determinazione e la logistica inglese, nonché l’aiuto del clima, furono la chiave del fallimento del tentativo tedesco di boccare la ritirata degli alleati. Ma in questo caso il clima, di sicuro aiuto, non fu probabilmente determinante. Il peso della RAF non tardò ad emergere nella “battaglia d’Inghilterra”, persa dai tedeschi e per la quale rinunciarono all’operazione “Leone marino”, volgendo lo sguardo verso Est con “l’operazione Barbarossa”.
È lecito asserire che l’inizio della fine del Nazismo sia associabile a Dunkerque.
Il tentativo d’invasione della Russia iniziò ancora una volta con successi travolgenti a favore dei tedeschi, in verità i russi non si aspettavano l’invasione in virtù del patto Ribbentrop-Molotov stipulato nell’Agosto del 1939, i quali catturarono oltre tre milioni di prigionieri in poche settimane di campagna di guerra (Auschwitz nacque come campo di lavoro per i prigionieri russi). Dopo l’iniziale sbandamento, i russi iniziarono ad opporre, ad un sanguinoso prezzo, una ferrea resistenza all’avanzata dei tedeschi e in loro soccorso giunse finalmente lo storico alleato: il “generale inverno”.
Non mancarono scelte strategiche sbagliate, soprattutto imposte da Hitler e dal suo staff, così l’avanzata tedesca su Mosca si fermò nel dicembre del 1942 a causa della resistenza russa e dallo sfilacciamento dei rifornimenti resi difficili anche dal clima. In quell’occasione tra i generali tedeschi iniziò a balenare l’idea che la guerra fosse perduta, ma fu poco dopo, a Stalingrado, che quell’idea divenne realtà.
La disfatta su fronte orientale, determinata dalla tenacia del popolo russo contro l’invasore, mise letteralmente in ginocchio la Germania Nazista, ma nel suo perdere contato con la realtà, Hitler in persona volle perseguire un’ultima finale follia: la controffensiva nelle Ardenne. Abborrata dagli stessi generali della Wermacht, ma che nulla poterono fare dopo l’attentato a Hitler, l’offensiva nelle Ardenne fu letteralmente fondata sull’idea che il cielo nuvoloso avrebbe impedito agli aerei alleati di bombardare le truppe di terra tedesche. Il piano tedesco venne messo in atto e inizialmente ebbe anche successo, ma poi il cielo si rasserenò e l’offensiva delle Ardenne venne cancellata dal cielo.

Chiudo questa lunga parentesi storica in cui il clima, a vari gradi, risulta protagonista. L’ho voluta scrivere per far meglio comprendere come essere attori degli eventi è una cosa, ma esserne i protagonisti assoluti un’altra. Gli eventi storici sono determinati da un complesso di fattori e, seppur un caso differente l’ho segnalato, solitamente il clima è l’elemento che aiuta a dare la spallata al sistema già in precario equilibrio.