La piena del 1994

Dall’alluvione del 1951 altre piene interessarono il bacino del Po, ma solo nel Novembre 1994 il grande fiume nuovamente si gonfiò oltre la quota di 8 m all’idrometro Batteria di Boretto.
Di nuovo un’altra pericolosa piena, di nuovo il sordo, penetrante ed inquietante rumore delle irruente e limacciose acque del Po.
Nei primi giorni di Novembre di quell’anno, un forte anticiclone si formò sulla regione scandinava e, proiettandosi in senso meridiano verso Sud, permise la genesi di una saccatura il cui bordo orientale tagliò l’Italia.
Una situazione poco evolutiva, con le correnti sciroccali pronte a farla da padrone e l’orografia ad incentivare le precipitazioni.
Le mappe NCEP e le immagini Meteosat riportate sotto, rendono esplicito lo scenario meteorologico descritto.

Le precipitazioni furono particolarmente abbondanti sull’angolo Nord-Occidentale d’Italia, mentre per quanto riguarda l’Emilia Romagna (e la provincia di Reggio Emilia nello specifico), queste furono piuttosto contenute.
Come di sovente accade con questo schema di correnti, il leggero effetto favonico, prodotto dallo scavalcamento forzato del baluardo appenninico da parte delle masse d’aria provenienti con componente spiccatamente meridiana dai quadranti meridionali, generò una buona ombra pluviometrica che minimizzo l’entità delle precipitazioni.
Questa fu un’importante differenza con l’episodio del 1951 (che come vedremo si replicherà anche nella piena del 2000), poiché gli argini poterono affrontare l’onda di piena senza essere intrisi d’acqua.
Che le cose evolvessero verso un’ importante piena, molto simile a quella del 1951, lo si intuì ben presto e la notizia raggelò di colpo l’intera bassa.
Riemersero i fantasmi del passato e con essi anche le dicerie che sopravvivono a tutt’oggi sul taglio dell’argine.
In molti si radunarono sulle sponde del Po, un po’ per curiosità, un po’ per constatare di persona l’andamento delle cose e non mancarono accese discussioni e screzi, alimentati dalla fallace memoria passata, soprattutto tra crocchi di abitanti dei paesi rivieraschi delle due differenti sponde del grande fiume.
Nel frattempo l’acqua crebbe e pur sapendo che gli argini furono alzati di ben un metro dal 1951 nei punti più critici, il timore dei fontanazzi, piccole infiltrazioni che se non rapidamente tamponate possono minare la stabilità dell’argine, fu più vivo che mai.
E’ facile immaginare il timore che questo potesse divenire il tallone d’Achille del sistema di difesa contro l’imminente onda di piena.
In ogni modo la proiezione dei profili di piena diedero la probabilità di quote similari a quelle dal 1951, ma non la certezza.
Fu pertanto emesso un’appello dalla protezione civile alla popolazione, in cui si chiese l’aiuto per il rinforzo degli argini con sacchetti di sabbia, nonché per la sorveglianza contro i fontanazzi.
La risposta fu pronta non solo da parte dei cittadini, ma anche dal mondo delle aziende, le quali, in gran parte nel reggiano, agevolarono i dipendenti nell’assentarsi dal posto di lavoro per aderire all’appello.
Questa sensibilità civile, mostrata non solo dalle genti direttamente interessate da un’eventuale esondazione del Po, fu importante nello specifico, ma determinante solo pochi anni dopo, quando il grido d’allerta di un pericolo ben più grave trasformò gli argini in un vero e proprio formicaio.

L’abitato di Ghiarole (RE) poco dopo la piena (1994)
Il ponte sul Po tra Boretto e Viadana poco dopo la piena (1994)

I patimenti dei padri salvarono i figli, a cui venne trasmessa la memoria della sciagura del 1951.
Dopo una preoccupata attesa arrivò l’onda di piena, un’ onda non piccata (grazie alla laminazione dovuta all’allagamento delle golene del fiume) ma molto lunga.
Nelle ore antelucane del 9 Novembre 1994 venne raggiunto il colmo della piena all’Idromentro Batteria di Boretto, il quale segnò 8.43 m sopra lo zero idrometrico. Tutto parve sotto controllo, ma poche ore dopo cedette, per quanto difeso, l’argine di protezione della piccola frazione brescellese (dentro golena) di Ghiarole.
La causa furono le inarrestabili infiltrazioni d’acqua e così in breve tutta la zona fu allagata (foto sopra).
A parte la sventura di Ghiarole, la piena la si potè controllare con margini di relativa tranquillità ed una volta passata, oltre al logico sollievo, vi fu la spinta per un nuovo riordino degli argini.
Difatti la presa d’atto del cambio negli anni della natura del regime pluviometrico (cioè episodi meno frequenti ma più intensi), suggerì di tutelarsi nell’evenienza di altri eventi simili.
Fu una scelta lungimirante, ma prima che ciò fosse portata a termine, il clima presentò un nuovo salato conto e il Po tornò a gonfiarsi come non mai.

Anno 2000: la piena del secolo

Ancora una volta una situazione di stallo tra figure bariche antagoniste, ed ancora una volta il Nord Italia sotto la pioggia battente ed insistente.
La paura prese il nome di IKE, perché così fu chiama la depressione che nell’Ottobre 2000 diede inizio alla vicenda.
Verso mezzogiorno dell’11/10 una profonda depressione (con minimo al suolo di 964 hPa) si attestò sul Regno Unito e a causa della sua grande estensione meridiana, iniziò ad interessare il Nord-Ovest d’Italia con il bordo orientale della saccatura.
Nel corso della giornata un sistema frontale annesso alla depressione abbordò le Alpi, generando l’inizio delle precipitazioni.
L’affondo del fronte produsse una discesa d’aria fredda sulla Spagna e, come reazione, la nascita di un robusto promontorio anticiclonico sull’Europa orientale.
Il promontorio promosse un’intensificazione del flusso caldo umido verso l’Italia e impedì l’evoluzione verso Est del sistema, così si innescò una situazione di stallo.
Il giorno 13/10 si ebbe un calo pressorio sul mediterraneo occidentale ed un ulteriore rinforzo del promontorio anticiclonico. L’effetto netto fu di un’ulteriore rinforzo delle correnti sciroccali dovuto all’aumentato gradinte barico (e termico).
Il mare Mediterraneo ancora caldo (temperature prossime ai 24 °C sulle coste Africane e circa 20°C sul Mar Ligure), donò alla massa d’aria calda un’enorme quantità d’umidità. L’evidente innalzanmento dello zero termico da circa 2900 m a 3500 m fu un segnale inequivocabile dell’evolvere della situazione.
La pioggia si trasformò in diluvio e sul Piemonte si ebbero precipitazioni con rate medi prossimi a 20 mm/h e punte sino a circa 40 mm/h.
Il giorno seguente le pesanti precipitazioni non diedero tregua poiché, dopo il colmamento del succitato minimo di pressione, un nuovo minimo si formò sul Nord Africa e mosse verso Nord.
Si attestò al largo della Francia e li subì un rapido approfondimento, rimanendo di poco sopra i 1000 hPa.
In seguito la depressione continuò la sua corsa verso Nord (ed iniziò a colmarsi) in direzione del confine Spagnolo e questo favorì l’arrivo di aria più fredda sul Nord Italia. Si innescarono fenomeni temporaleschi anche intensi, ma le precipitazioni assunserò carattere più irregolare, pur realizzando punte prossime ai 30 mm/h, e l’umidità dell’aria calò sensibilmente.
Il 16/10 la situazione migliorò ulteriormente, ma di pioggia ne fu misurata un’enormità, con valori medi sul Piemonte che toccarono i 250 mm cumulati e picchi che sfiorarono la soglia dei 600 mm.

Che qualcosa di straordinario fosse avvenuto lo si seppe ben presto, quando la portata misurata a Torino del Po risultò circa doppia rispetto a quella del 1994.
Comprensibili lo sgomento e la paura che ne seguirono.
In Emilia Romagna piovve molto poco, anzi il Sole fece capolino in molte occasioni. Il vento di scirocco fu intenso e non mancò la sabbia del deserto.
Il livello del Po salì inesorabilmente e con esso anche la paura nelle genti della bassa.
A distanza di pochi anni ecco realizzarsi un nuovo e più grave pericolo e per quanto le notizie diffuse fossero pacate, in realtà trasudarono la verità, ovvero che ci si sarebbe trovati a gestire un’evento di cui nessuno avesse memoria.
Furoro ore concitate e fortunatamente l’appello ai volontari per il rinforzo delgli argini non cadde nel vuoto anzi, vi fu una risposta immediata e convinta e i lavori di rinforzo (con teloni in plastica e sacchi di sabbia) potè così procedere più spedito che mai.
Il giorno del culmine dell’onda di piena (cioè il 19/10 ed il massimo venne raggiunto tra le 9 e 10 di mattina con 9.06 m sullo zero idrometrico dell’idrometro “Batteria” di Boretto) la Gazzetta di Reggio (il quotidiano locale) così titolò a tutta pagina: “Prigionieri del Po”. Di seguito riportiamo un breve stralcio dell’articolo d’apertura.

“GUASTALLA. La piena è arrivata alla massima intensità, le difese degli argini in qualche caso scricchiolano ma la bassa reggiana potrebbe resistere.
Quella di oggi sarà una giornata di passione, con quasi 4000 volontari impegnati nei 5 comuni rivieraschi ad arginare l’assalto delle acque.
Ieri sera alle 20.00 il livello del Po a Boretto ha toccato quota 8,81, il record, e ha continuato a crescere di 11 Cm l’ora.
A Brescello la frazione di Ghiarole è vicina ad essere inondata, ma nel contempo si sono creati gravi pericoli a Guastalla e lungo il corso del Crostolo. Per migliaia di persone è stata un’altra notte in bianco…”

Idrometro Batteria di Boretto

Per la precisione nella stesso numero della Gazzetta la conta dei volontari ammontò a 3630, comunque si trattò di un numero straordinario di persone coinvolte, coordinate da una logistica efficace. Fu questa, come più volte detto, la chiave del successo del riuscito contenimento della furia delle acque. Per meglio rendere l’idea della precarietà del momento, riportiamo un’altro stralcio d’articolo della medesima Gazzetta, il cui titolo fu: “E le vedette scrutano la grande onda”.

Il paese fantasma è Ghiarole di Brescello, il primo che avrà a che fare con l’avanzata della piena da record.
Le case sono state svuotate, non ci sono più gli infissi, portati via per sicurezza con mobili e suppellettili.
Ci sono invece, fin quasi sotto il tetto, i segni dell’acqua, quella del ’94. Mettono i brividi anche se fa caldo.
Nel vuoto e nel silenzio si aggirano in lontananza i volontari che fanno la guardia agli argini e che hanno passato la notte a riempire sacchi di sabbia e a posizionarli con i teloni sui fragili argini da qui sino a Boretto.
C’è il tempo di mangiare con un po’ più di calma e lasciar saltare il tappo di qualche bottiglia di Lambrusco.
Tanto quel che doveva esser fatto è stato fatto.
A vederli tutti in file quei sacchi e quei teloni sembra impossibile che possa essere stata la mano dell’uomo a metterli lì in un giorno e in una notte.
Invece quel che sembra un miracolo è realtà.
Gli argini paiono solidi anche se poi non lo sono come quelli veri: filtra un po’ d’acqua da basso e il rischio è che se la piena dura a lungo non possano reggere alla pressione.
Non resta che pregare e sorvegliare continuamente la fascia di terreno a ridosso dell’argine maestro, pronti ad aggiungere terra, a riempire altri sacchi e a spostare i taloni.
Lì c’è il rischio che in ogni momento possano aprirsi i fontanazzi, con l’acqua del Po che passa sotto l’argine ed aggira l’ostacolo.
Centinaia di ragazzi li percorrono in lungo e in largo, quegli argini, pronti a chiamare le squadre di soccorso e a tamponare le falle…”

I teloni citati nell’articolo, altro non furono che grossi fogli di palstica stesi sugli argini prima che l’acqua salisse, necessari per limitare le infiltrazioni d’acqua nella parte sommitale degli stessi, poiché per lunghi tratti (ben evidente nell’immagine sopra riportata del reportate fotografico di Daniele Poli) furono costruiti solo poche ore prima del picco di piena.
Con orgoglio e miritato onore, il giorno seguente la Gazzetta di Reggio titolò: “La bassa è più forte del Po – Un’altra notte di lotta sugli argini. Ma la piena cala: evitato il disastro”.
Seppur un po’ riduttivo (i volontari vennero non solo dalla bassa), ben sintetizza l’euforia per una vittoria strappata con le unghie e con i denti (anche il nucleo abitativo principale di Ghiarole fu sostanzialmente salvato dall’inondazione poiché l’argine di difesa resse e l’acqua si limitò ad un modesto trafilamento sommitale), una grande ed indimenticabile prova di senso civico.
Ritengo che il frammento che segue, dalla Gazzetta di Reggio del 20/10/2000, renda bene l’idea già dal titolo: “Cuore, teloni e sacchi di Sabbia. La vittoria degli eroi degli argini”

“Guatsalla. Viaggiare a passo d’uomo in quell’autentico campo di battaglia che è la statale 62 a poche ore dall’assalto massiccio della piena record.
L’aria tiepida e il Sole accecante addolciscono solo in parte le ferite lasciate dai morsi del Po che a Bacanello e sull’argine fra Brescello e Boretto tengono ancora in ansia la gente della bassa.
Lo sguardo è sempre oltre la strada, su o giu dall’argine maestro non importa, perché una trincea di sacchetti, la barca dei pompieri, l’acqua che sgorga dai fontanazzi fanno da guida.
E’ il mesto tragitto fra una difesa ad oltranza…
Ma per afferrare davvero cosa sia stata la lotta contro il fiume bisogna attendere l’arrivo al ponte del Po.
Da qui sino a Brescello è come stare in trincea, capisci che ogni intervento su quegli argini troppo giovani è stato decisivo, ha salvato vite umane.
Teloni, sacchetti e il cuore della gente ha vinto qui la battaglia più dura.
A quanto pare quella decisiva. “

Dunque la piena passò nel reggiano e si tuffò verso il polesine portando con se il carico di paure, ma anche la consapevolezza che resistere si poteva.
Fù prorpio al ponte ferroviario di Pontelagoscuro che venne compiuto un’autentico “colpo da maestro” da parte della protezione civile.
Tale ponte si trovò nella condizione di, in prospettiva, essere travolto dalla piena. Questo avrebbe generato una sorta di “effetto tappo” e dunque problemi.
Venne vagliata l’ipotesi di farlo esplodere per abbatterlo preventivamente, tuttavia la struttura era predisposta per poter essere sollevata con martinetti idarulici.
Si optò per questa soluzione e in una corsa contro il tempo vennero installati 8 martinetti idraulici con una portata di 120 tonnellate cadauno, che infine innalzarono la campata centrale del ponte di una ventina di Cm. Così l’onda del Po finì nell’Adriatico, disegnando una figura in mare ben distinguibile dalle immagini satellitari.

Quando la sistuazione torno alla normalità, i comuni rivieraschi promossero una grande festa per i volontari dal nome “senza onde e senza sponde”; un momento di festa con chi visse un’avventura straordinaria.