Oramai ci siamo; al cinquantennio dello sbarco sulla Luna è questione di ore.
Della missione Apollo 11 oramai ne parlano tutti i media e non solo.
Gli eroi, questi per davvero, Michael Collins, Neil Armstrong e Buzz Aldrin verranno più che meritatamente celebrati a livello mondiale.
Della missione Apollo 11 sono e verranno proposti tutti i dettagli, poiché si trattò davvero di “un grande balzo per l’umanità”.

Ma se quegli eroi arrivarono sulla Luna, merito fu di tutto il lavoro svolto degli scienziati, dai tecnici e di altri colleghi astronauti.
Personaggi che spesso cadono sottotraccia d’innanzi a coloro che fattivamente compiono il gesto storico.
Pensate, ad esempio, a Margaret Hamilton, ossia colei che scrisse il software per il pc dedicato alla navigazione spaziale delle navi delle missioni Apollo.
Fu sempre lei che, rispondendo ad una domanda inerente la tipologia del suo lavoro (“Qual’è la sua qualifica?”), rese famoso il termine “ingegnere informatico”

Margaret Hamilton vicina alla pila di fogli su cui fu stampato
il listato del codice software di navigazione delle Apollo

Ma la scienza è fatta così, le discipline che esprime si plasmano mattone su mattone. Ognuno porta il suo contributo e alla fine qualcuno completa la casa. E’ molto differente da altri ambiti in cui i risultati sono più certi e formalizzati.
Difficile esprimere questo concetto, ma mi giunge in soccorso la memoria di un passaggio del libro “Il cigno Nero” di Nassim Nicholas Taleb, nel quale l’autore imbastisce una storiella a tal proposito e che di seguito riporto (in parte).

Crudeltà tra pari.

Ogni mattina uscite dal vostro minuscolo appartamento nell’East Village di Manhattan per recarvi al laboratorio della Rockefeller Universty negli East Sixties,
Tornate alla sera tardi e le persone che fanno parte della vostra cerchia vi chiedono, solo per educazione, se avete avuto una bella giornata. Al laboratorio hanno decisamente più tatto.
Certo che non avete avuto una bella giornata: non avete scoperto niente. Ma non siete orologiai. Il vostro non trovare niente ha molto valore, poiché fa parte del processo della scoperta: almeno sapete dove non cercare,
Conoscendo i vostri risultati, altri ricercatori eviteranno di rifare il vostro stesso esperimento, purché una rivista scientifica sia abbastanza accorta da considerare il vostro non aver trovato niente un’informazione degna di esser pubblicata.
Nel frattempo vostro cognato, che lavora come agente di vendita in una società di Wall Street, continua a ricevere provvigioni ingenti e regolari. “Sta andando alla grande” vi dicono, soprattutto vostro suocero che alla fine della frase aggiunge un penoso e triste nanosecondo di silenzio, che vi fa capire che ha fatto un confronto, magari involontario, ma l’ha fatto.

E qui arriviamo alla missione Apollo 10.
L’ultima missione prima dello sbarco sulla Luna, la missione necessaria per verificare le procedure di volo e sgancio del LM (modulo lunare), nonché per una osservazione ravvicinata del luogo su cui, pochi mesi dopo, sarebbe atterrato il LM dell’Apollo 11.
Una missione cruciale in cui altri veri eroi di nome Thomas Stafford, John Watts Young, Eugene Cernan, come tutti i precedenti (ricordiamo tra i tanti il sacrificio dell’equipaggio – Grissom, White e Chaffee – dell’Apollo 1), misero le loro capacità ed il loro coraggio a disposizione di coloro che sarebbero seguiti.

Pensate cosa possano aver provato questi uomini quando col LM sfiorarono la Luna (15 Km di quota), sapendo che non avrebbero avuto il privilegio di rimanere così incastonati nella storia come chi li avrebbe seguiti da li a poco.
Ma la scienza, come abbiamo detto, è fatta così e chi la ama la conosce.
Fa quel che fa poiché affascinato dal mondo che lo circonda, affascinato da ciò che ancora non conosce come un bambino che ha tra le mani un gioco nuovo e misterioso.
E sia allora onore a tutto coloro che, seppur probabilmente non verranno celebrati a dovere, alla fine contribuirono a dar corpo concreto a quel “grande balzo per l’umanità”.