E’ un nome che fa paura, un nome associato al sangue ed al dolore, oggi idealizzato nel concetto del suicidio con lo scopo di uccidere.
Nella lingua da cui nasce, il giapponese, questo nome significa però “vento divino“.
Cosa c’entra il “vento divino” con il suicidio con intento d’uccidere?
Il termine Kamikaze nasce il 15 Agosto 1282, quando l’esercito mongolo di Kubilai Kan, lanciato all’attacco al Giappone, venne annientato da un tifone (nota 1). Lo sbarco (centinaia di navi e decine di migliaia di uomini) sarebbe dovuto avvenire nei pressi di una località giapponese di nome Shiga e per poco non riuscì.
Le prime navi approdarono ed effettivamente iniziò lo sbarco di uomini e mezzi, ma la prima onda di tempesta (nota 2) li sorprese e spazzo via tutto.
Le navi ancora in mare non ressero a lungo alla furia degli elementi e scomparvero tra i flutti.
Dopo precedenti battaglie, quello fu l’episodio determinante che permise al Giappone di salvarsi da una sicura capitolazione e dunque dal pericolo rappresentato dai mongoli.
Nell’interpretazione dell’epoca ciò sarebbe avvenuto grazie all’intervento del vento inviato in soccorso del Giappone dalle sue divinità.
Dunque si intuisce il significato ultimo del termine “vento divino“.
L’associazione al suicidio con scopo di uccidere venne fatta parecchi secoli dopo e precisamente nella riunione di guerra del 19 ottobre 1944 a Mabalacat (Filippine) dal vice ammiraglio giapponese Oonishi Takijirou.
La flotta nipponica era orami in condizioni difficili e come ultimo disperato atto di difesa contro il dilagante strapotere americano nel pacifico, fu creata la formazione dello “Shinpuu tokubetsu kougekitai” (Gruppo speciale d’assalto vento divino).
Il legame con l’evento del 1282 passò attraverso la metafora secondo cui gli aeroplani, portati dal vento, schiantandosi contro le navi del nemico americano l’avrebbero spazzato via proprio come accadde con i mongoli.
La storia ci narra poi com’è andata, ovvero un “arma” che in principio turbò il sonno dello stesso Nimitz, ma che presto si rivelò, dal punto di vista militare, assolutamente inefficiente.
La storia ci racconta anche come oggi si abusi del significato di questa parola scritta dal vento.

Note:

1- I Cicloni Tropicali vengono chiamati Tifoni nel pacifico, Willy-willies in Australia, Cicloni nell’Oceano Indiano e Uragani nell’Oceano Atlantico.

2- Il primo grande pericolo dei cicloni tropicali non è il vento e neppure la pioggia (seppur elementi distruttivi) bensì il mare. La depressione centrale (occhio del ciclone) solleva il mare di alcuni metri (anche sino a 4 – 6 m) e il vento, soprattutto nei pressi dell’ anello di tempesta (il bordo dell’occhio del ciclone), genera gigantesche onde in successione (anche di 8 – 12 m di cresta sulla costa) chiamate per l’appunto “onde di tempesta“.